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Benvenuti alla Casina dei Lauri

Sembra strano, e a riguardo carte bollate e ceralacche non dovrebbero mentire mai; ma talvolta anche la carta non spiega tutto. Quella casa è lì da soli quattro anni. E' una villetta anzi un immobile, come lo chiamano i leguleii, con vani, corti annesse e altra roba che mi dicono graffata. Va' a sapere: io di queste cose comprendo solo che costano tanto, tanto care.
Poi c'è la nostra casetta, quella che abbiamo sempre sognato. Quella col giardino, il gazebo e le cene estive con gli amici, il cazzeggio pomeridiano al sole, la brace nel caminetto, io che spignatto mentre la dolce metà conduce le sue solite attività perniciose, con la sola differenza che ora avrà due piani e due giardini da incasinare.
Checché ne dicano atti e pergamene, è lì da sempre. Aspettava che gli intrecci del mondo ci portassero da lei e, nel momento in cui l'abbiamo vista, abbiamo subito riconosciuto l'intesa. E' circondata dai lauri, ma non è solo per questo che si chiama Casina dei Lauri; il suo passato, folto e misterioso come tutte le mie personali cosmogonie, è intriso di avvenimenti straordinari ed elfetti bonari -i Lauri, per l'appunto-che una strega salentina ha portato con sé dalla Grecìa. E' un passato nato nel momento in cui l'abbiamo scelta tra tutte le case del mondo, ed ora è diventata reale.
Perché ora ha un nome.

Se trovo quello

Se trovo quello che s'è portato via tutto il mio tempo, gli do tre calci nel di dietro per ogni secondo che mi ha rubato. Anzi no, due, perché devo fare la telefonata al notaio.
Uno per ogni secondo, ultima offerta: mi sono ricordato che devo parlare col perito.
No, vabbè, c'ho l'altro articolo in consegna tra due giorni.
Facciamo così, appena mi libero un minuto, lo carico di mazzate.
Mi metto pure il promemoria al massimo per marzo prossimo.
Con aW non la si fa franca, altroché.

Sopra di me il cielo indecifrabile

Sopra di me il cielo indecifrabile, e sotto di me i segni della sorte.
Su di un lastricato sto io, sporco e madido, mentre rivoli di sudore mi colano via per la fatica immane di tenere assieme il tutto. E' una lotta incessante che richiede attenzioni e sforzi continui.
Un momento strattono per la coda le viverne che tentano di spiccare il volo tra peti di zolfo e miasmi di cenere, il momento dopo scalcio gli gnefri dispettosi che mi mordono le caviglie, per poi tornare a tirare le code dei draghi mentre elargisco possenti capocciate alle gargolle in picchiata. E' una guerra inarrestabile, che si rigenera da se stessa ad ogni nuova scossa d'assestamento della terra.
Sul mio volto, è evidente, c'è scavato un sorriso ghignesco che tradisce al contempo caparbietà e paura, la mollezza della speranza e l'avventatezza della gioventù. Ora o mai più, mi ripeto, mentre a tratti mi sembra persino di prenderci gusto.
C'è da tenere duro ancora per un po'.
Poi però è fatta.

L'alieno alienato

L'alieno curioso s'è chiuso nella sua claustrofobica astronave, che è tubolare e si sviluppa tutta in altezza. Passa le sue giornate -che corrispondono a dodici nostrane- a raccattare palle di pelo di gnugnù e a controllare che agli gnugnù il pelo ricresca.
E' triste e si incazza se gli si dice che è triste: figuriamoci a fargli notare che è pure incazzato.
Purtroppo non capisce che essere il migliore o il peggiore della sua razza, in quel contesto, è pressoché inutile; tanto sono tutti buoni a raccogliere pelo di gnugnù. Il mondo vero sta fuori dall'oblò, anche se poi per colonizzarlo ci vogliono bombole, respiratore e tanta pazienza. Più di quanta ne abbia mai veramente posseduta, probabilmente.
E ciò fa di lui un alieno alienato in terra straniera, il che è una gran sfiga per chiunque, a prescindere dal pianeta d'origine.

L'eccezione dell'immortalità

Tutti gli uomini nascono immortali, solo che un bel momento della loro vita cessano semplicemente di esserlo. Il problema, quindi, è capire quando e perché ciò avviene, e se si ha culo passano almeno ottant'anni prima di incappare nella questione.
Non si tratta necessariamente di eventi importanti, di pezzi di storia o di nodi gordiani. Talvolta, la perdita dell'immortalità si addensa tutta in una sciocchezza, una leggerezza o in una risibile stortura; qualcosa che al momento attira sovente su di sé scherno, spavalderia e perfino speranza, qualcosa che ci rintuzza e spaventa ma che ci fortifica e migliora. Li chiamiamo anche accidenti, e càpitano a tutti di tanto in tanto: solo uno di loro, tuttavia, innescherà la sequenza di destini che si intrecceranno fino al momento della nostra fine.
E la fregatura è proprio quella. Quando ce ne accorgiamo, è già troppo tardi.

L'uomo eppiàuar

L'uomo eppiàuar è così chiamato perché vive in un eterno happy hour emozionale. A vederlo da lontano mette pure buon umore; è simpatico, affabile, alla mano: è un vero e proprio imbonitore. Peccato che non ci sia nient'altro al di là di questo.
Questa curiosa creatura di Dio è capace di parlarti un'ora solo per convincerti di quanto sia corrisposto il suo amore per la moglie, profonda la devozione del figlio e desiderata la sua compagnia. Sono tutti amici, per l'uomo eppiàuar, nessuno escluso.
Se il postino gli porta la posta è per il suo sorriso affabile e per il buongiorno audace, mica perché è il suo lavoro. Se gli fanno pagare cento euro invece di cento euro (ma il meccanico giura che sarebbero state centocinquanta) per riparargli la macchina, è per la battuta garibaldina e la strizzatatina d'occhio. E se i carabinieri accorrono ad una sua chiamata è per la bottiglia di limoncello a Natale, mica perché stiamo in uno Stato di diritto.
L'uomo eppiàuar è pervicacemente convinto che tutti gli raccontino tutto. Se il figlio torna a casa alle sei del mattino con le pupille dilatate e l'andamento da zombie è perché studia tanto e si stanca; mica per via della marijuana autoctona, dell'alcol e del trombo sfrenato. I suoi amici sì, che si distruggono animo e cervello con gozzovigli e bagordi, ma il figlio no. Io sono un amico, per lui. Mi ha pure fatto vedere una foto sull'iPhone in cui tutti i suoi amici erano fatti e lui no. Ma l'idea che l'abbia scattata prima, non lo sfiora neppure lontanamente.
E' fatto così, l'uomo eppuàuar, non c'è niente da fare. I suoi rapporti con le persone non sono mai scontati, di routine o geneticamente determinati: è proprio che si sente un relationship-expert, e ogni dimostrazione d'interesse o affetto si trasforma sotto le sue mani in un'occasione per pleonasmi sentimentali e virtuosismi da carramba che sorpresa. E' uno specialista dell'iperbole amorosa e un ossessivo compulsivo dell'amicizia: laddove un comune innamorato lancerebbe discreti sguardi carichi di erotismo, lui riesce invece a discettare della loro meravigliosa relazione mentre imbocca la dolce metà con una mano e con l'altra le scrive una poesia d'amore legata ad un ramo di pesco. Là, sul tavolo dove stiamo mangiando la pizza.
Ma il vero problema è voler bene, a uno così. Se sei sincero e discreto, cioè non fai fuochi d'artificio ogni volta che lo incontri, lui neppure lo nota. E alla fine, ti passa pure la voglia d'insistere.

L'allassofallo

L'allassofallo è un oggetto, un cazzabubbolo, un dispositivo che muta perennemente la propria forma e funzione, a seconda di chi lo possiede di volta in volta. Generato dal caos e dell'opportunità, l'allassofallo nasce nella neutralità e nella potenza d'essere per poi trasformarsi in qualcosa di determinante per ognuno di noi. E poiché le necessità sono tante e varie quante le persone che esistono, ogni volta che uno di quei marchingegni passa di mano muta dentro e fuori, sino a diventare irriconoscibile al suo stesso possessore.

Riconoscerne uno è semplice nella forma, ma quasi impossibile nella sostanza.
Per definizione, l'allassofallo viene offerto da qualcuno (spesso interessato) sempre nei momenti di particolare crisi, e assume sovente la connotazione del deus ex machina, di una soluzione facile, di una scorciatoia o un aiutino insperato. A quel punto, per smascherarlo occorrerebbe semplicemente rinunciarvi, e magari tentare di risolvere i problemi seguendo la strada corretta, che è sempre quella più impervia. E allora, si dissolverebbe all'istante manifestando con ciò tutta la propria insussistenza.

Il problema è che non lo fa quasi nessuno, me compreso. Ed ecco perché, dopo l'invenzione della ruota, l'eredità più grande che lasceremo ai nostri figli è un maledettissimo allassofallo. Una bella fregatura.

Lo scarcozzo

Lo scarcozzo è un piccolo oggetto di foggia e colore variabile che non ha assolutamente nessuno scopo. Occupa spazio e prende polvere né più né meno che il tagliaerba Scassapall 3000 arenato in una piaga spazio temporale in garage, o peggio il robot da cucina Kitchen Multi System a trazione anteriore e cingoli gommati che non alterano le vitamine dei cibi, il quale tuttavia giace buttato da qualche parte nel pensile più inaccessibile di casa. A differenza di frullatori e frullaerba, però, lo scarcozzo non verrà mai adoperato, neppure una volta, proprio in virtù della peculiarità che lo caratterizza. E cioè, che non serve a niente.

Se ne vedono tanti in televisione e talvolta nei negozi, ma non si può vendere, né si può comprarlo, e soprattutto sta male regalarlo perché tanto la gente non sa mai che farsene. Se ne trovi uno per caso, di solito lo ignori, e se qualcuno ti fa notare la sua presenza, cincischi e balbetti finché non si torna a parlare del tempo e delle cosce della Canalis.

Non è un taboo sociale, è proprio che non vale neppure la pena di discutere di un affare tanto inutile. Io comunque sono l'unico al mondo che ha trovato un impiego per lo scarcozzo, e me ne vanto. Io ci ho scritto una storia sopra.

L'uomo fatto di lettere e finzioni

Questa persona ch'io mi so esiste eccome. Agisce, pensa, sbaglia e rompe le palle come chiunque altro.
Ma per qualcuno è l'eco d'un mio racconto, un tizio che non esiste se non nelle mie parole. E', in un certo senso, un uomo fatto di lettere e finzioni.
Ogni volta che però costui, nella sua apparente potenza di nulla, fa qualcosa di buono e secondo coscienza, all'improvviso si ammanta d'un senso di realtà che vince l'iniziale diffidenza di chi non lo conosce, e crea perfino un latente sentimento di benevolenza nei suoi confronti.
Ci vuole solo mille volte più tempo, ma alla fin fine le persone buone brillano su tutte le altre.
Ancorché fatte di lettere.

Il minchialadro

Il minchialadro è uno che nasce e cresce in una famiglia di ladruncoli, svaligiatoretti, rubacchiapensioni, scippatoretti e approfittatori, e che si ritrova a fare il ladro più per necessità che per vocazione. Un po' come quando i tuoi ti fanno andare al Classico e tu invece volevi fare l'astronauta della NASA, solo con declinazione illegale.
Il tizio in questione, notoriamente dotato d'una preparazione furfantesca da dilettante (avrà scaricato da Internet delle dispense, va' a sapere), si è presentato nei giorni scorsi alla porta di casa nostra e ha tentato di scardinarla.
Ora, a parte che la nostra porta è costituita da mica elfica ed è pure corazzata con corindone e polvere di osso di minchia di unicorno megalofallo del Regno di CapoTirciuto. E quindi, già di per sé è in grado di sostenere effrazioni, assedi spartani e attacchi nucleari. Ma per di più, protetto da inferriate, zanzariere e il solito fossato di coccodrilli, dentro casa pulsa e blippa un sofisticatissimo sistema antifurto in linea diretta con polizia, Scotland Yard e la mamma di una nostra cara amica.
Seriamente, polizia e servizi segreti gli fanno una sega, a quella donna: non vorrei essere nei panni del minchialadro quando se la ritrova davanti.

Il sistema antifurto è tanto intelligente che, quando entriamo, mica si limita a controllarci retina e timbro vocale. Fa pure le domande a trabocchetto, lo stronzo. L'ultima volta devo dire che con la capitale del Burkina Faso ho trovato qualche difficoltà, ma per fortuna avevo indovinato i precedenti enigmi e mi ero aggiudicato un bonus che convertirò in gettoni d'oro a canale cinque.
Ciò che disturba è il danno in sé, anche se poteva andarci oggettivamente peggio, e soprattutto il fatto di essere spiati e studiati come pesci rossi nell'acquario da gente senza scrupoli e incapace. Oltretutto, tolte poche cose voluminose, qua non abbiamo né ori né incensi né mirra. Birra sì, quella tanta.
Al minchialadro quindi voglio dire soltanto che non è mai troppo tardi per togliersi dai maroni e mettersi a fare qualcosa di utile all'universo. A prescindere dalla resa.
In ogni caso, apprezzeremo lo sforzo.

Sogno Thriller

Sogno di stanotte, realmente avvenuto. Scena finale, l'unica di cui abbia memoria.
Interno negozio malfamato, chiaroscuri preponderanti e bottiglie di gionni uolcher in primo piano come da minimo sindacale. Il detective Sprout, rigorosamente di colore e icelofanato in un impermeabile ocretto lait, aveva una malformazione dalla nascita che lo aveva reso sordo: eppure, nel suo lavoro era un figo. Un po' per questo e un po' a causa dei metodi non proprio convenzionali,  era spudoratamente osteggiato dai colleghi, e guardato con diffidenza da quelli di Woscinton. Tutti, potendo, lo evitavano, tranne le donne che gli sbavavano dietro e il suo capo, cui tributava affetto in maniera elusiva e condita a suon di buffetti sul viso, pugni sulle spalle e calci nei maroni.
Il detective Sprout era non convenzionale anche nell'ammore.
Insomma, tornando al sogno, il detective strattona il tizio alla cassa e gli sussurra con parole insicure e biascicate ora fingerò di ucciderti.

Dall'altra parte, entrano dei tizi incappucciati, armati e visibilmente incazzati. Il piano è chiaro (almeno per me che sono il copyrighter del sogno): se tenteranno di sparare al detective, saprà da che parte stanno e avrà  risolto il caso del traffico di coca a Manhattan, delle zambracche del boss mafioso e pure del suo spazzolino scomparso che lo lascia sempre a casa di tutte le donne che tromba e poi non si ricorda neppure come si chiamano.
E invece, i tizi sparano al cassiere, che gli si affloscia tra le mani e crepa con gli occhi rigirati nel suo stesso sangue.
Poi è suonata la sveglia, e ci è voluto qualche attimo per riprendermi da un sogno tanto inconsueto e idiota. Col senno della veglia ho capito due cose. Primo, che il detective Sprout non ci aveva capito bellamente una mazza, e che quindi non eravamo alla scena finale. E due, che lo spazzolino stava da Shanina, la vicina di casa che ogni tanto gli fa le pulizie. 
Ma non lo confesserebbe mai nel film, perché Shanina è un po' una cozza.

Domani gradirei un bel sogno fantasy. Stessa ora, stessa rete (ortopedica).

Cronache del sogno perverso

Questa mattina, il gorgoglio della sveglia mi ha strattonato come una lunghissima mano, e tirato fuori dal sogno del cazzo che si era impossessato della mia mente.
Ero, coi miei genitori che in quel preciso istante erano altrove e con cui non mi sono mai spinto oltre i confini del regno di Bari, da qualche parte in Oriente, all'interno d'un negozietto particolarmente rifornito nella zona dei mercati e del commercio. Quel posto vendeva di tutto, dai liquori ai costumi da bagno, dalle specialità locali a quelle internazionali; mi soffermo nel piccolo reparto delle pubblicazioni, tutte in inglese e costituite per lo più da fumetti e quotidiani. Là, faccio una scoperta avvincente: Lupo Alberto è stato tradotto nella lingua di Shakespeare, vale a dire Jerry & Jimdo. Credo che l'ultimo nome si riferisca alla talpa, ma non lo so perché alla fine non comprerò nulla. Quanto costerà mai, gongolo, una leccornia siffatta in un posto del genere? Leggo sul retro, a matita, sette virgola venti fetacchioni (nome della valuta di qualunque luogo al mondo, che ci evita di tenere in punta di lingua nomi assurdi come Nakfa, Satang o Lempira), praticamente un affare.
Poi, grazie ad un solerte quanto invadente scassaballe di commesso (che poi è pure il figlio della padrona del locale, cariatide parruccona perennemente ringraziante-annuente-sorridente), scopro che in realtà -e per mia comodità- il prezzo è da intendersi in Euro, cioè l'equivalente di una sontuosa cena per due a base di pesce fresco e crostacei. Ecchè, faccio io, siamo matti? Li compro in Italia, risparmio. Ma a nulla valgono le mie rimostranze, e alla fine mi mette in mano una bustina con qualcosa come quattro libretti. Rintraccio i miei, spiego loro l'accaduto e mentre lo faccio, un ragazzino tenta di strapparmene uno dalle mani per vederlo da vicino. Hai voglia a spiegare a lui e alla madre che non volevo si rischiasse di rovinarli, anche perché altrimenti me li avrebbero fatti pagare.
Infine, il trillo celesto gargarismo d'angelo peto divino della sveglia.

Ancora in questo momento, sto con l'ansia di rimettere a posto quei cavolo di fumetti: tanto vario e multiforme è il rincoglionimento senile da trentenne.

Gli sdruccioli

Gli sdruccioli sono entità poco fisiche ma molto empiriche, in grado di rovinare la giornata anche al più meditativo dei bontemponi. Di solito, assumono la forma di un incidente imprevisto, di una ruota bucata, di un treno perso o di una torta bruciata, ma possono anche ribaltare all'improvviso il corso della storia o produrre una guerra inaspettata (o la sua fine): sono creature cui non appartiene il senso della misura né la lunghezza del tempo.
Fortunatamente, sono anche molto solitarie, ed è raro imbattersi in un due sdruccioli nella stessa giornata.

Ieri io e la dolce metà siamo finiti in un intero sciame di sdruccioli, tanto fitto da non lasciar passare luce fino alla sera. Poi, un vinello di quelli buoni e i maltagliati ai porcini freschi ci hanno aiutato a dimenticare tutto.
Il prossimo sdrucciolo che prova ad avvicinarsi, sono cazzi suoi.

Il piccolo mondo azzimo

Questo piccolo mondo azzimo che conosco è stortarello e ipotrofico, con poco mare sparso a cazzo, e poca terra, messa peggio. Ha un colore marroncino chiaro e dimensioni adatte ad uno scarabeo stercoraro, ospita poca vita e soprattutto risulta impregnato di un'atmosfera costituta prevalentemente di idrogeno, ossigeno, sfiga e diffidenza.
Non ruota su se stesso, né orbita attorno a un piccolo sole: di per sé parrebbe un gingillo sgombro, quasi inutile, un giardino morto.

Eppure su di esso c'è vita, e l'unica luce che vi si scorge proviene dai corpi dei suoi abitanti. Piccole, filiformi e percorse da bagliori pulsanti che partono dai piedi e spariscono nel capo, queste creature brulicano su quel torrido globetto con la propria natura di stelo morbido e lucente; ed il loro movimento, le azioni e i loro desideri ingannano l'occhio con le danze di un aggraziatissimo anemone, o di un prato inaudito mosso da un vento che non c'è.

E' la natura che talvolta si diverta a riempire di bellezza luoghi e cose altrimenti ignominiose.

Il refolo agrumoso

All'improvviso, faccenda totalmente inaspettata, il nulla s'è messo a vibrare e ha prodotto un refolo agrumoso e diverso, un profumetto di buono e pulito, come di panni stesi al sole su un prato verde nella pubblicità del fustino.
Cioè, nel bel mezzo dell'imputridimento catodico di questa nazione e nel fetore che emanano i conti pubblici di mezzo mondo, quando cioè sembrava che questo paese fosse ormai in grado di digerire qualunque porcata, tutt'a un tratto abbiamo toccato un livello di indecenza così inverecondo che qualcuno ha alzato il dito. I cittadini, simili a ingenue marmotte, si stropicciano gli occhi ammorbiditi dalla letargia cronica, e arricciano le nari incuriosite dal nuovo afrore.
Poco, tardivo e sospetto.
Ma un venticello così, da queste parti, non passava da troppo tempo.

L'onesto a tempo pieno

L'onesto a tempo pieno, almeno nel nostro paese, è una specie talmente rara che - si potesse - verrebbe proprio voglia di clonarla. Fa esattamente quel che dice e dice esattamente quel che fa, se ne infischia di incomunicabilità e teorie del caos, e crede fortemente nel valore della libertà.
Aristoteliano per vocazione e buddista per afflato, l'onesto a tempo pieno rispetta le regole perché solo così si lotta tutti ad armi pari, e solo chi merita va avanti. Non è cieca fedeltà, però, perché se lo desidera può decidere di non obbedire: davanti a regole profondamente immorali e disonorevoli non retrocede neppure un po', e muove guerra se necessario. Non è una vile questione di odio verso mordacchie e legacci, è solo amore smisurato per i diritti antichi e moderni, e rispetto dei doveri.
Oltretutto, l'onestà a tempo pieno è un impiego interessante e largamente inesplorato: quelli che la esercitano sono talmente pochi che lavorano praticamente in regime di monopolio; spesso sono noti al pubblico, e comunque si conoscono e sostengono tutti tra loro. Ecco perché è decisamente un settore in cui investire. Altro che terziario.

Lasciate un messaggio dopo il bip

Buongiorno, sono la segreteria telefonica di aW.
In questo momento aW è assente per ragioni non specificate, ma di certo riconducibili alle solite cazzate che spara ogni giorno coi suoi strampalati post per metà incomprensibili e per metà inconcludenti, pieni di intasatissimi aggettivi, superlativi piovaschi e avverbi squisitamente a cazdecàn che lui scambia per eleganza.
Dice che lavora, ma va' a sapere. Starà cazzeggiando come al solito tra chat e siti riguardo le sue personali velleità del momento (MacBook Pro, il catafascio economico e politico del paese, voli aerei, temperature medie a Puerto La Cruz, oppure come configurare un cappuccino sulla Mukka Express in remoto dall'iPhone).
Ma che volete che ne sappia, io, che sono semplicemente la sua segreteria telefonica: lasciate pure un messaggio dopo il segnale acustico. Anzi, fate una cosa, non lasciate neppure quello: non se lo merita.
Bip

La blog-girl ultracompatta

La blog-girl ultracompatta ha iniziato a scrivere posts sui blogs per personal entertainment, come una sorta di sfogo o (in italiano moderno) di daily diary sulle proprie personalissime ed adorabili fisime. Sin dal Day One, in un mondo che adora Grandi Fratelli, struccatissime isole e voyeurismo catodico, lei ha saputo subito integrarsi alla perfezione, vendendo ogni giorni un pezzetto di se stessa e autoproclamandosi Big Sister, vestale del blogging e Dea di un sacco di cose.

Al mattino, prima ancora di alzarsi dal letto ed andare al bagno a pisciare, ha già in mano il suo iCoso attraverso cui scrive di essersi svegliata; se lavora, scrive a quale interessante/ iperbolico/ avvilente/ entusiasmante lavoro sta lavorando (mistero su come si riesca a lavorare e contemporaneamente scrivere di farlo), e se si cimenta nella preparazione della torta Cameo con una mano regge il frullino e con l'altra scrive della Sacher torte multipiano termoautonoma che sta edificando. Tanto su Flickr fai vedere l'angolo di un tegolino Mulino Bianco e tutti se la bevono.

Il problema, tuttavia, è che a lungo andare la realtà stroppia e scassa la minchia anche a quegli insanabili drogati di vita che, conducendo un'esistenza mediamente scialba e piatta, amano sfogliare le pagine delle vicende altrui. E così, all'improvviso, la parabola che segna la distanza tra fiction e reality (la realtà è tutta un'altra cosa, e si può raccontarla anche con una storia che parla di cose e persone inesistenti) si allontana sempre più drasticamente dal vero, dal ricordo e dal passato; finisce in altre parole per fondersi con l'invenzione dell'immagine di sé, quella che è nella mente dei lettorivoyeur, quella pubblica. Ma anche quella tristemente più artificiale ed edulcorata, più distante ed irriconoscibile. Una finzione in cui ogni piccolo difetto viene dosato con estrema cura, e somiglia sinistramente ad un velato incensamento.

Non è che ci sia qualcosa di sbagliato nella blog-girl ultracompatta. E' che alla fine, rischia col credere anche lei alle cose che scrive. E questo, per chi le vuole bene, è intollerabile.

Il Risiko del destino

Mentre l'una sistemava frotte di carri armati sul fronte sudeuropeo per prepararsi alla breccia nei confini africani, il Kamchatka con due spuzzolosissimi attacchi depauperava l'avversario del possesso del continente intero. Poco male, pensano le armate nere della morte (non sapendo che in realtà di lì a poco sarebbero divenute le armate nere della sfiga), con un rinforzino e lo spostamento di fine turno, più le carte da cambiare, l'America del Nord cederà. E se non cede, c'è l'America del Sud che deve fare qualcosa anche a Nord, se non vuole che l'Africa le faccia un tarallo tanto.
Un equilibrio tra i più sottili sta per essere infranto dal semplice lancio dei dadi, trasfigurati per l'occasione nel deus ex machina dei destini del Risiko: e così, un terzetto di dadi azzurri sancirà la vittoria e la sconfitta, distribuirà allori o disonore. E non c'è nessuno che possa o voglia ribellarsi, stregato dal caso e dalla strategia.
Poi arriva quello stronzo di Gino che inciampa e sbraca tutto il tabellone.
A volte, per essere dei grandi strateghi, occorre guardare molto al di là del tabellone da gioco.

Il Lagnolamento

Lagnolamento
[la-gno-la-mén-to] s.m. (pl. -ti) s.m.

  • 1.personaggio prono alla critica più aspra pur senza apparenti motivazioni, in grado di lamentarsi dei problemi più disparati per ore e ore, spesso infarcendo di luoghi comuni le proprie motivazioni. Normalmente intransigente, scarsamente accomodante, geneticamente impreparato a qualunque imprevisto, il lagnolamento lo si riconosce perché al bar è quello che reclama per la scarsa freschezza dei pistacchi, nel condominio è quello che non vuole che i bambini giochino nelle aiuole (come da apposto regolamento, sezione B3 e B4) e se è in vacanza in un paradiso tropicale, davanti lo spettacolo di palmeti e acque turchesi di solito si lagna della lentezza del servizio alla sdraio. Esempio di lagnolamento:
Ma io dico, andiamo sulla luna e con le tecnologia di oggi blocchiamo l'intero traffico aereo del Nord Europa per un peto di vulcano? Dove andremo a finire, mi domando, è proprio vero che si stava meglio quando si stava peggio. L'ultima volta, con coso là, come si chiama, mica avevano bloccato tutto quanto, ché poi ci tocca prendere il treno e i treni italiani si sa quando partono ma non quando arrivano, e sempre se partono.

In effetti, l'ultima volta non mi pare che i pompeiani si lagnarono per il blocco del traffico aereo.