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Sogni da psicanalisi

Altra notte, altro sogno da psicanalisi.
Questa volta partecipavo ad un programma televisivo dal fantasiosissimo titolo Sfide sotto le stelle, in cui protagonisti chiaramente affetti da sintomi di psicopatia degenerativa lanciano sfide assurde e minacciano pure di portarle a termine. Nel mio caso, avevo chiesto una versione confezionata specificatamente per me di Harry Potter contro il basilisco nella versione per Wii, in cui per l'occasione al basilisco in questione erano stati aggiunti migliaia di tentacoli: il mio scopo, manco a dirlo, ucciderli tutti prima di essere ucciso.

Per rendere la cosa più piccante, gli autori avevano integrato il Wiimote all'interno di una pesante replica della spada di Godric Grifondoro. E così mi ritrovo a rotearla in presa dritta e riversa, zompando come una gazzella di Thompson sul palco e assestando colpi vigorosi a tentacoli, fonici e telecamere.
Una ficata assurda.

Poi, quando stremato mi butto sul pavimento esausto a occhi chiusi, sento mio le mani di mio padre festante che mi sfiorano il viso per avvisarmi che è finita e che ho vinto.
In quel frangente è suonata la sveglia, e da allora sto col culo girato.
Non so se è più per la fase REM interrotta o perché non ho fatto a tempo a prendere il premio, ma tant'è.

Sogno a deformazione professionale

Stamattina mi sono svegliato nervoso e incazzoso.
Nell'incubo che la sveglia ha interrotto, stavo formattando il Mac a causa di un fastidioso virus che mi impediva di accedere alla cartella Applicazioni e alle utilità di sistema, e che di tanto in tanto lasciava scivolare sullo schermo viscidi lumaconi in HD.
Non fosse stato un sogno orrendo, avrei quasi fatto i complimenti ai cracker onirici: pure i virus, su Mac, sono più fighi che su Windows.

Sogno Thriller

Sogno di stanotte, realmente avvenuto. Scena finale, l'unica di cui abbia memoria.
Interno negozio malfamato, chiaroscuri preponderanti e bottiglie di gionni uolcher in primo piano come da minimo sindacale. Il detective Sprout, rigorosamente di colore e icelofanato in un impermeabile ocretto lait, aveva una malformazione dalla nascita che lo aveva reso sordo: eppure, nel suo lavoro era un figo. Un po' per questo e un po' a causa dei metodi non proprio convenzionali,  era spudoratamente osteggiato dai colleghi, e guardato con diffidenza da quelli di Woscinton. Tutti, potendo, lo evitavano, tranne le donne che gli sbavavano dietro e il suo capo, cui tributava affetto in maniera elusiva e condita a suon di buffetti sul viso, pugni sulle spalle e calci nei maroni.
Il detective Sprout era non convenzionale anche nell'ammore.
Insomma, tornando al sogno, il detective strattona il tizio alla cassa e gli sussurra con parole insicure e biascicate ora fingerò di ucciderti.

Dall'altra parte, entrano dei tizi incappucciati, armati e visibilmente incazzati. Il piano è chiaro (almeno per me che sono il copyrighter del sogno): se tenteranno di sparare al detective, saprà da che parte stanno e avrà  risolto il caso del traffico di coca a Manhattan, delle zambracche del boss mafioso e pure del suo spazzolino scomparso che lo lascia sempre a casa di tutte le donne che tromba e poi non si ricorda neppure come si chiamano.
E invece, i tizi sparano al cassiere, che gli si affloscia tra le mani e crepa con gli occhi rigirati nel suo stesso sangue.
Poi è suonata la sveglia, e ci è voluto qualche attimo per riprendermi da un sogno tanto inconsueto e idiota. Col senno della veglia ho capito due cose. Primo, che il detective Sprout non ci aveva capito bellamente una mazza, e che quindi non eravamo alla scena finale. E due, che lo spazzolino stava da Shanina, la vicina di casa che ogni tanto gli fa le pulizie. 
Ma non lo confesserebbe mai nel film, perché Shanina è un po' una cozza.

Domani gradirei un bel sogno fantasy. Stessa ora, stessa rete (ortopedica).

Cronache del sogno perverso

Questa mattina, il gorgoglio della sveglia mi ha strattonato come una lunghissima mano, e tirato fuori dal sogno del cazzo che si era impossessato della mia mente.
Ero, coi miei genitori che in quel preciso istante erano altrove e con cui non mi sono mai spinto oltre i confini del regno di Bari, da qualche parte in Oriente, all'interno d'un negozietto particolarmente rifornito nella zona dei mercati e del commercio. Quel posto vendeva di tutto, dai liquori ai costumi da bagno, dalle specialità locali a quelle internazionali; mi soffermo nel piccolo reparto delle pubblicazioni, tutte in inglese e costituite per lo più da fumetti e quotidiani. Là, faccio una scoperta avvincente: Lupo Alberto è stato tradotto nella lingua di Shakespeare, vale a dire Jerry & Jimdo. Credo che l'ultimo nome si riferisca alla talpa, ma non lo so perché alla fine non comprerò nulla. Quanto costerà mai, gongolo, una leccornia siffatta in un posto del genere? Leggo sul retro, a matita, sette virgola venti fetacchioni (nome della valuta di qualunque luogo al mondo, che ci evita di tenere in punta di lingua nomi assurdi come Nakfa, Satang o Lempira), praticamente un affare.
Poi, grazie ad un solerte quanto invadente scassaballe di commesso (che poi è pure il figlio della padrona del locale, cariatide parruccona perennemente ringraziante-annuente-sorridente), scopro che in realtà -e per mia comodità- il prezzo è da intendersi in Euro, cioè l'equivalente di una sontuosa cena per due a base di pesce fresco e crostacei. Ecchè, faccio io, siamo matti? Li compro in Italia, risparmio. Ma a nulla valgono le mie rimostranze, e alla fine mi mette in mano una bustina con qualcosa come quattro libretti. Rintraccio i miei, spiego loro l'accaduto e mentre lo faccio, un ragazzino tenta di strapparmene uno dalle mani per vederlo da vicino. Hai voglia a spiegare a lui e alla madre che non volevo si rischiasse di rovinarli, anche perché altrimenti me li avrebbero fatti pagare.
Infine, il trillo celesto gargarismo d'angelo peto divino della sveglia.

Ancora in questo momento, sto con l'ansia di rimettere a posto quei cavolo di fumetti: tanto vario e multiforme è il rincoglionimento senile da trentenne.