Asshaiè lo dice sempre il mio vicino di casa, che in un dialetto del Bangladesh significa pressappoco il giorno matura come un frutto ed è un bel modo di augurare buona giornata a qualcuno. Se per caso un tizio lo insulta, lui gli risponde lo stesso Asshaiè, ma con tono arcigno e severo.
Dice che tanto, prima o poi, anche la frutta più perfetta marcisce e puzza.
Il ragazzo qualunque si rese conto che a provare una sola volta di più non si fà mai male.
Al massimo, porta tanta, inaspettata fortuna.
Io conosco uno che, nella sua ingenuità, fà quasi tenerezza.
Secondo lui, nel mio frigorifero il pecorino sedimenta naturalmente come possenti basalti delle grotte di Castellana, mentre preziosi pomodorini a grappolo vengono incubati nel cestello simili a perle, rosse di zucchero e rubino, pronte solo da mangiare senza neppure lavarle.
Le peschenoci, gemme tra i percochi, sono lucide e tonde come quarzo lavorato, screziate appena di venature rosse come il sangue dei fuochi fatui, ed i petali di Parmigiano si staccano leggeri dalle Rose di Grana come farfalle. Nella sua visione delle cose, il pane è sempre fragrante perché arde d'amore per lui soltanto, e i vini, cocchini e ramati, vengono occultamente stillati da creature bellissime e segrete, di continuo, così che nessuna gola possa mai più avere sete.
Talvolta sono tentato di informarlo della triste realtà: la spesa la faccio io.
Ma con che cuore posso disincantare uno così?
Il trabuccolo è una piccola scatoletta con una peculiarità: fa sognare ciò che abbiamo dimenticato.
Ha un unico difetto, però. Non distingue tra ciò che vogliamo e non vogliamo ricordare così che, alla fine, riesce per lo più a procurare amari dispiaceri e delusioni cocenti, oltre che qualche rara consolazione. In verità, per la maggior dei casi, rievoca ricordi inutili e sgraditi perchè la mente - verrebbe da dire - non è affatto fessa. E la dimenticanza, talvolta, fa campare meglio.
Sarebbe invenzione utile, forse, se piuttosto permettesse di cancellare ricordi a piacimento, a seconda di quanto e come ci hanno più ferito, o umiliato o offeso.
Ma anche questo sarebbe deleterio perché rischieremmo di commettere lo stesso errore per sempre.
Vorrei soltanto che alcuni cui voglio o potrei voler bene smettessero definitivamente di usarlo, 'sto trabuccolo.
Ci pensavo giust'appunto ieri, mentre godevo di alcune piccole, belle cose.
Allegom’en sseppultura
un ventr’i lupo en voratura
e l’arliquie en cacatura
en espineta e rogarìa.
Una cosa me la sono sempre chiesta.
Ma perché il lupo, che con tutta questa devozione non c'azzecca niente, dovrebbe stare scomodo e infelice a cagare su un rovo?
Evidentemente la santità richiede molti sacrifici.
Anche da chi santo non è.
Il nano da giardino
Così parlò aWilito alle 20:13 Tags brevi ma intensi, delirio, personali, raccontiIl nano da giardino odia i nani come lui. Ma siccome non può dirlo altrimenti lo additano come un misonannista di merda, allora fa finta di tollerare gli altri suoi compagni.
Ma li odia, ah se li odia. Stamattina si lagnava del nano di terraccotta. Aveva da rimbrottare su tutti, ma soprattutto ce l'avevo col nano di terracotta. Diceva è un puttaniere perché se la fa con la puffetta di policarbonato espanso. Che poi, dico io, un puffo è un puffo, non è un nano. Si, è piccolo e ridicolo. Ma non è un nano. Perché non tiene il pisello, ecco perché non è un nano, e noi nani - modestamente - teniamo una nerchia che non facciamo i film porno solo perché la gente è razzista. E che dire del nano della Disney, quel ruffiano, checchissimo cucciolo? Che sta là solo perché tirava certi felloni da sotto la scrivania all'amico Walt. E queste cose non le dicono mai, alla tv, quelli di GeoPieroAlbertoPaone, brutti comunisti venduti servi della gleba.
E poi, quell'altro, là, il putto di gesso. Non è nemmeno un nano e l'hanno piazzato in mezzo ai geranei. Se ci stavo io, ci pisciavo tutti i giorni di nascosto su quei geranei del cavolo che gli dichiarerei guerra domani.
Ai geranei e alle oloturie. Va bene? Non ne ho mai vista una. Non so neanche che cazzo sia, una oloturia, ma la odio perché con un nome così del cicisbeo deve essere per forza una scassaghiande.
Ma più di tutti, mi sta sulle ghiande quello gnomo del mango con la torcia da minatore in mano e due labbra da professionista nel settore dei succhioni boraciferi. Se il mondo fosse giusto, ora starebbe sotto una montagna di sterco in mezzo ai rovi e calpestato da una mandria di animali orrendi e pieni di cose acuminate. Ecco dove starebbe.
Per un nano così, un giardino è sempre troppo, troppo stretto.
Uno dei miei personaggi è diventato reale e mi ha accusato di averlo descritto superficialmente.
Son soddisfazioni, quando il creatore viene cazziato dalla creatura.
