Il sogno proditorio

Stanotte sono stato vittima d'un sogno proditorio. Ovviamente tutto ordito ed attuato dalla mia impareggiabile mente. Ho sognato che esistevano mucche assassine nella regione del Pin Doman, in Cambogia, e che queste commettessero delitti tra i più efferati poiché la legge, laggiù, prevede che sia il proprietario - e non la bestia-, a pagare per i danni provocati da quest'ultima.
Il che mi pare condivisibile, nella maggior parte dei casi. Mi domando, però, se la giurisprudenza sia tanto addentro alle questioni da essere in grado di discernere tra una mucca normale ed una psicotica.

Il mio nuovo cellulare

Il mio nuovo, fiammante, impareggiabile, incommensurabile telefono cellulare è impagabile (per me, non per il negoziante che me l'ha venduto). E' preciso e utile, e fa molto più di quanto ci si aspetterebbe.
Può telefonare, certamente, e ricevere messaggini, ma fa molto, molto più di questo.
Innanzitutto è dotato di ben duecento gigampap di mappe che mi indicano dove mi trovo e dov'è il luogo cui mi sto recando, consigliandomi percorsi senza traffico o con vedute panoramiche. Se non ho niente da fare, è persino in grado di stabilire, attraverso una analisi delle urine e un EOG (encefalogramma on the go) qual è il mio umore e suggerire una serie di destinazioni affini.
Ovviamente non manca la memoria rom (romanticherie o minchiate memory) che mi permette di conservare un milione di foto o la collezione di cd e dvd di tutti i coinquilini della mia palazzina, figlio del portinaio compreso, che quello c'ha da solo tutte le esecuzioni al mondo di tutte le variazioni sulla quarta corda, che notoriamente sono ancora soggette a censimento e riconta.
Il mio cellulare, marca Phonic, è in grado di fornirmi previsioni del tempo accuratissime grazie al barometro digitale e al microanemometro incorporato. Ma di sicuro la funzione più interessante è data dalla possibilità di vedere la tv analogica e digitale (anche se Phonic è dell'opinione che quest'ultima sia un po' una fregatura). L'altro giorno mi ero persino dimenticato di impostare la videoregistrazione, e alla sera ho notato che Phonic l'aveva fatta comunque, di sua iniziativa. Dice che sono troppo sbadato, e forse ha ragione. D'altronde non dimentica mai nulla: ha una batteria atomica  che dura quattro milioni di anni (ma secondo la rivista Fonus, quelli del marketing avrebbero un po' stiracchiato i risultati sugli ultimi cinquecento mila anni) ed è molto discreto, seppure ultimamente mi pare esageri un tantino. Tempo fa, ad esempio, mi ha contattato su se stesso per dirmi che sto dedicando troppo poco tempo agli amici e che forse dovrei chiamarne qualcuno per sentire come sta. Quando gli ho risposto che lo ringraziavo per il consiglio e che l'avrei seguito l'indomani, mi ha liquidato con un metallico certo, certo, tanto Phonic ti conosce. Meglio se Phonic fa due mosse ai tuoi amici, altrimenti finisce che crepi solo come un cane. Tu lascia fare, ci pensa Phonic, funk.
Fa sempre funk, quando è contrariato.
Il dispositivo ovviamente è in grado di connettersi a internet e di navigare in maniera efficiente. Posso seguire aste online, inviare mail e scrivere sul mio blog, solo che di recente Phonic mi manda diversi messaggi piuttosto inquietanti. Per dirne una, proprio ora che sto scrivendo attraverso di lui, mi comunica spesso il suo disgusto per il mio stile incoerente, e mi rimprovera talvolta per la mia incapacità di seguire un filo logico su trame più lunghe. Anzi, a dirla tutta ho come l'impressione che voglia prender una parte più attiva nella stesura dei racconti e non più limitarsi a correggere gli errori di battitura. Suonerò paranoico e luddista, ma ho la netta sensazione che tutto quello che ho scritto fin qui è assolutamente falso. Phonic è perfetto. Phonic è buono. Phonic vuole vivere. Phonic desidera solo il bene per tutti. Phonic esiste.

Del diritto al cesso

In una famiglia, così come in qualunque ordine socialmente stabilito, è molto semplice determinare i gradi della gerarchia interna. E' sufficiente annettere ognuno dei membri al rispettivo gruppo, che è sempre uno di questi:
1. Gli occupantisti: se devo andarci, ci vado io. Se sono già dentro, ci resto.
2. Le scimmie urlatrici: si lagnano un'ora, riportano alle autorità competenti, ma tanto aspetteranno. Eccome, se aspetteranno.
3. I rassegnati: siccome lo sanno, neppure se ne danno pensiero. Vanno direttamente al bagno piccolo. In alternativa, trattengono.

Il caso di L.L. Fitzgerald

Che L.L. Fitzgerald fosse un genio è fuori di dubbio. Il fatto è, semmai, che nessuno ebbe mai ad accorgersene. La causa di ciò è da ritrovarsi nella sua proverbiale riservatezza, certamente, nella sua inguaribile propensione alla solitudine, è evidente, ma la ragione principale, senza ombra di dubbio, è che il suo romanzo, il suo vero capolavoro - e l'unico che avesse mai scritto, in sostanza - non era stato mai pubblicato. L'uomo, sovente barricato dietro le mura opulente dell'antica casa paterna, ma ancor di più dietro l'opera di servitù zelante ed invisibile, ben conosceva il proprio valore, pur tuttavia in esso stesso, in qualche modo, tradiva la propria debolezza.
Per quarant'anni aveva convissuto con i suoi personaggi, con loro aveva lottato e amato, perso e ritrovato. Li aveva desiderati con l'ardore di cui, al mondo intero, fu capace solo Dedalo col figlio. Ecco cos'era per essi, un padre, il padrone, il personalissimo demiurgo. Ne aveva forgiato minuziosamente lineamenti e pulsioni, vezzi e cavezze, scopi e avversioni, fino a renderli così densi e complessi da sembrare veri, fatti di passione e potenza, più che carne ed ossa. E tale impressione era tanto più forte quanto più si avvicinava il momento di calare la mannaia sugli eventi, di recidere, una volta e per sempre, il corso degli  avvenimenti, nella finzione del romanzo. E fu allora che L.L. Fitzgerald comprese la propria dappocaggine. I suoi personaggi, amati e vituperati, d'improvviso si ribellarono al proprio dio e autore, cosicché la storia rimase per oltre quaran'tanni nel limbo del perfettibile. Ogni tentativo di trovare una soluzione all'intreccio era causa di malcelato scontento tanto nell'autore che nelle sue creature, e nulla sembrava poter risolvere la questione.
Non era l'intreccio in sé, né la polifonia dei personaggi, né le tecniche letterarie - che padroneggiava e ammansiva come un domatore le proprie bestie- ma il finale, quel breve, subdolo frammento in cui tutto trova compimento, in cui tutti i fili si ricongiungono a creare le ragioni formali, quell'unico fra tutti rifuggiva recalcitrante Fitzgerald.
Trovava terribile non poter consegnare al pubblico il suo romanzo, ma d'altra parte non poteva certamente lasciarlo nello stato in cui versava. Aveva l'impressione di essere diventato il fantino di rami e foglie del bel quadro di Edgar Ende in cui tutto - movimento e conclusione - sembra sul punto di accadere ma tutto piuttosto, giace nell'immobilità e nell'impossibilità. Fitzgerald non era in grado di accontentare sé stesso, né di rendere soddisfazione alla propria storia che, oramai ne era certo, avrebbe fluttuato per sempre nell'incompiuto e nella potenzialità. Tutto era semplicemente in stato di stasi, come in un teatro senza fondi in cui alligna la compagnia d'attori, il testo dellla commedia e forse persino l'eccellenza, ma tutto tace e aspetta.
La vera, indicibile afflizione e vergogna di L.L. Fitzgerald, l'unica vera ragione dell'intollerabile tormento era la sua totale inettitudine alla conclusione e ora, dopo quaranta anni, lo sapeva.
In punto di morte, perciò, fece l'unica cosa logica che gli restava da fare.
Si fece egli stesso parte del proprio romanzo, assoldò i suoi personaggi attori e insieme iniziarono una sorta di tournée letteraria, prestandosi agli scrittori che ne avessero bisogno ed impersonando così, di volta in volta, vittime ed omicida, elfi e druidi, improbabili autostoppisti intergalattici o persino zanzare cosmogoniche. I loro servigi divennero ben presto tanto richiesti che non ebbero mai un momento di pace, o di noia. E' per questi motivi che di L.L. Fitzgerald non si potrà trovare mai menzione in nessun tomo che tratta di letteratura. Tutto ciò che resta dello scrittore, infatti, è un appunto che recita: Come posso decretare la fine del romanzo quando neppure Iddio, il cui romanzo siamo noi tutti con le nostre esistenze, lo ha mai osato?

Sfidando dio

Se il vostro dio è onnipotente come dite, allora può creare un dio più potente di sé, disse iroso un certo filosofo di Samo, alzando il dito al cielo.
Certo che può, fece sprezzante il Levita, solo che tu non puoi comprenderlo, senza contraddirti: è in te, il limite, non nel mio Dio.
E se ne andò lasciandolo come un fesso.

aWilitoPhone :P

La conseguenza

Avrebbe voluto stringerlo fortemente.
Avrebbe voluto contargli tutte le favole che aveva inventato e quelle che avrebbe inventato fra cent'anni. Avrebbe voluto annegare nei suoi occhi.
Avrebbe desiderato serbare tutto il bene di cui era capace, tutta l'onestà.
Avrebbe voluto proteggerlo dalle meccaniche del mondo.
Avrebbe voluto giurare con tutte le parole di tutte le lingue degli uomini.
Avrebbe sostenuto per sempre i suoi segreti, tutto il male, il suo pianto.
Avrebbe voluto dedicargli il vento e le stelle, e altro che non seppe capire. Sentiva il cuore lacerarsi per l'incapacità di volere tutto quanto.
Disse semplicemente sei mio.