L'amalgama scomposta

Il Pingue Professore di Botanica, rosso in volto e sudaticcio, si massaggiava alternativa la gran panzona e i cordoli di ciccia sotto al collo, forse perché la camicia lo opprimeva da sopra e da sotto. Non usava gelatina sui capelli, e nonostante ciò gli scendevano sugnosi e collosi come spaghetti di soia piccanti. Quando non si toccava o ravanava nella cavità del suo corpo, attingeva a piene mani da ciotoline di patatine e anacardi con ritmi che rasentano quelli della respirazione. Accanto a lui, la Donna Psicocentrica somigliava ad una contraddizione ridotta ai minimi termini, o a uno scherzo di pessimo gusto: piccola, emaciata, con la fronte quadrata a ventisette pollici, e il mascellone volitivo dall'indole ippica incastonato dentro un caschetto di capelli intagliati nel mogano. Tra di loro, presente assente, l'Amico Qualunque; parla, ride, scherza, osserva, commenta e battibecca su qualunque argomento, ma fa tutto da solo. A vederlo da lontano sembra il re della conversazione  a quel tavolo, ma in realtà non si rivolge a nessuno nello specifico: neppure a sé stesso.
Infine, stretto tra il Pingue Professore e l'Amico Qualunque, ci sono io, con la mente rarefatta e sul punto di diventare uno dei miei personaggi. Mi sento un po' fuori luogo e, soprattutto, ho l'impressione che l'amalgama non tenga, come se avessi mescolato olio, sabbia e sassi in un bicchiere di latte. Sì, stanno insieme, e il latte mi piace, ma non puoi dire che siano un ensamble.
Ecco, io in quell'impiastro di cocktail sono il tocco finale: una fetta di limone andata a male.

Bubbole mattutine

In neppure un'ora di moderazione della Gazzetta (il ricettacolo dell'italiano medio), stamattina mi sono già fatto sei raddoppiamenti sintattici alla romanesca ("subbisci", "raggione", tre "intercettazioni", "azzioni"), quattro "qui" con l'accento, "un imputato" con l'apostrofo, un "ma bensì", un "siccome che", una "gabbia d'orata", quattro o cinque "a" senz'h e un paio di complementi di stato in luogo introdotto da "ha" con l'h. Più un congiuntivo di dubbia natura ("non credo che questo piaci ai giudici").
Intanto fuori da casa mia, fatto inaudito a mia memoria, sento le pecore belare nel metro quadro di prato tra i palazzi che Caltagirone s'è scordato di cementificare.
Non ho idea di cosa ci facciano lì, ma è strano come a volte il caso ci fornisca le metafore servite su un piatto d'argento.

Una telefonata

Una discussione, le solite chiacchiere qualunquiste, il timore del diverso, dell'estero, delle altre culture, dei colori che non vediamo spesso, dei sapori che ignoriamo e dei valori che non comprendiamo. La mia solita accorata, passionale arringa e lo scontro amaro.
Poi una telefonata a distanza di giorni.
Le mie parole, mi dice una voce emozionata, hanno cambiato la sua visione delle cose. Hai ragione, mi confessa con la semplicità disarmante di chi ti vuole bene e ti tiene in gran conto.
Sono emozionato anche io, mi viene un po' da piangere. Forse, nonostante tutto, c'è davvero speranza per questo paese.

Al farmacista perbenista

Gent.le Dott. Farmacista Perbenista,

questo post è in realtà una lettera indirizzata alla Sua Persona, la quale tuttavia non ha velleità di persuasione, né denuncia, per il semplice motivo che sarebbe inutile: sappiamo che Lei è individuo dotato di saldissimi principi etici tali da sovrastare qualunque ragione, ragionevolezza, libertà, giurisprudenza e, se ci scappa, cagherebbe pure in testa a questa gentaglia comunista che pretende persino di veder rispettati i propri diritti garantiti da costituzione e Déclaration des Droits de l'Homme et du Citoyen.
Di questo passo, la gente pretenderà pure, che sò, il diritto di morire come cazzo desidera o di disporre del proprio corpo come fosse un bene proprio. Dove andremo a finire.
Lei ha ragione. E' nel suo diritto avere una fede, professare ai professori, prevenire piuttosto che curare, giudicare invece di rifilare medicinali. E' nel suo diritto calpestare i diritti degli altri per le sue pervicaci convinzioni. E' nel Suo diritto sovrastare gli spazi altrui con i Suoi discorsi fioriti, gli arabeschi di cazzate perbeniste e le conclusioni fasciste. E' nel Suo diritto ritenere che se una vuole abortire è una povera scema che non sa quel che fa, e quindi è nel Suo diritto impedire a costei di esercitare un suo immorale diritto. Dopotutto l'aborto è una questione di cinque minuti al massimo, via: quella scomposta tredicenne ci avrà pensato giusto il tempo che passava tra una fornicazione e la piña colada. Vero? Mica è una faccenda delicata, personale e importante.
Ma sa qual è il vero problema di Lei e quelli come Lei? Che avete convinzioni apparentemente tanto ragionevoli che risulta impossibile scalfirle. Siete blocchi di granito cinerino. La ragionevolezza, con quelli come voi, semplicemente non funziona.
E allora io spero che una autorità paneuropea cada su di voi come un'accetta e vi spacchi il cervellino perbenista in due, così magari qualche coraggioso a botte di carte bollate e lettere di avvocati vi farà arrendere (non comprendere) al fatto che le vostri personalissime convinzioni non possono e non devono ledere l'altrui libertà sancita dalla legge.
Non se la sente, in qualità di farmacista, di spacciare preservativi? Abbia pazienza, gentile Dott. Perbenista, ma in questo paese andiamo già un sacco di problemi. Non ci serve gente oscurantista come Lei che ci fa piombare nel deretano del medioevo del terzo millennio. Persi tra le questioni personali del Premier e dei suoi vassalli, in italica terra non riusciamo neppure a fare una spuzzolosissima unione civile. Sul serio, non abbiamo il tempo di trattare ancora e ancora argomenti che credevamo superati e digeriti dalla coscienza pubblica. Guardi, ci sono molto mestieri per quelli come Lei, ma per favore, smetta di rallentare ulteriormente il passo di questo asfittico paese. Lei è come il canonico gatto appeso ai coglioni dell'asmatico che, ultimo tra tutti, sta facendo la staffetta.

Cordialmente,
aW

Il duro rientro

Chissà perché dopo tre giorni di fancazzismo elevato ad afflato mistico, lungi dall'essere più facile, il rientro al lavoro rappresenta una piccola tragedia personale.
Dopo una bella vacanza ci vuole un'altra vacanza. Altroché.

Meno ventidue minuti e trentatré secondi

Meno ventidue minuti e trentatré secondi.
Poi c'è Pasqua.
Nessuno -io per primo- lo credeva possibile ma è così: anche aW è in ferie.
Baci ai pupi, andate per prati, infognatevi nelle autostrade, sgozzate capretti, squartate uova, fatevi venire brufoli e puntazzi neri a forza di ingollare cioccolata, giocate a poker, trombate a non finire e toglietevi dagli zebedei.
Meno ventuno minuti e quarantacinque secondi.
Poi, sarò dei vostri.
(E buona Pasqua)

La munnezza inamovibile

La busta di umido, o più propriamente detta Munnezza, non rispetta le leggi fisico-chimiche di questo universo, principalmente poiché le sue sostanze sono tenute assieme e al contempo svilite dalla clorofilla, dalla dimenticanza e dagli scaracchi di protozoi, ma soprattutto dalla dimenticanza.
Sebbene sia decisamente un oggetto di questo mondo, spesso la munnezza è invisibile agli inquilini della casa, come se i fotoni la attraversassero senza fatica. E così capita che qualcuno, passandoci davanti, inizi a lanciare lo sguardo strabuzzato in tutte le direzioni, talvolta annusando persino le altrui ascelle, per finire col borbottare ma che è 'sta puzza?
Ma la munnezza resta là. Ci inciampano sopra, si lagnano dei miasmi, ma non la vedono.
Fosse solo questo, il problema, verrebbe da chiudere la questione qui. E invece, un'altra delle mutazioni fisiche che spessissimo intervengono riguarda la inamovibilità della munnezza. Come se i suoi atomi, appesantiti dallo scorrere del tempo, iniziassero una irreversibile procedura di fusione col pavimento. E' troppo pesante, portala tu imploreranno voci disperate, come se fosse quella la questione.
Un'altra caratteristica di questo elemento (peso atomico 4.142²), fenomeno che avviene in presenza di ulteriore munnezza, è la capacità di raddoppiare il proprio volume nella metà del tempo normalmente richiesto. Ciò significa che, se c'è una busta di immondizia da gettare fuori in terrazza, l'umido sotto al lavello si riempirà al doppio della velocità (esempio pratico, ieri per un risotto ai carciofi abbiamo già fatto un nuovo en plein), e se c'è pure il vetro, i tempi si accorciano ulteriormente.
La munnezza è roba degenerativa, inglobante, fetente, in grado di triplicare il suo potere mefitico dopo un timido spaghettino alle cozze, o peggio due ostriche crude. Altro che uomini e insetti: è la munnezza che tra poco vincerà la battaglia per il predominio del pianeta Terra.