Il pacco motore

Il pacco motore è un gingillo, una parola o una persona in grado di smuovere equilibri enormi pur senza averne intimamente il controllo, né la capacità oggettiva.
A metà strada tra una promessa e una boiata, questo artificio è tra i più elaborati mai escogitati dall'uomo (in natura, dove si bada al concreto e al funzionale, semplicemente non funzionerebbe), e consente di ottenere risultati eccezionali: non il massimo effetto col minimo sforzo, ma il massimo effetto senza alcuno sforzo.

Certo è una bugia, una fregatura, un pacco: ma un pacco che muove cose. Perché è per esso e per mezzo di esso che grandi eventi nella vita delle singole persone, e persino della storia, avvengono nella distrazione più generale.
E così le frotte strabuzzano gli occhi per contemplare gli eventi che hanno davanti, e non si accorgono che dietro di loro c'è chi bercia, se la ride smargiasso e fa battute sui loro culi.
Ecco, diciamo così. Il pacco motore non ce l'hai mai davanti, ma sempre nel culo.

Al tizio che ha sempre ragione

Ehi, tu. Sì, proprio tu.

Sei il tizio che ha sempre ragione, giusto? Quello che, incappando in una rotatoria, accelera perché ha la precedenza. Anche se non è vero; anche se il cartello dice che la precedenza devi darla. Anche se ci sono i segni per terra, ma va bè. Ti conosco bene, ne vedo almeno uno al giorno, di tipi come te sotto casa.

E tu, sì, anche tu. Sei quello dietro di me, nella rotatoria; sei quello che accelera perché tanto ha ragione: la precedenza è all'inglese, e chi impegna il rondeau gode della priorità sugli altri. E pensi ma quand'è che 'sti idioti capiranno come si guida? Eh, lo so. Ti capisco: lo penso spesso anche io.

Ecco, ora che ho la vostra attenzione, a voi due volevo dire solo questo.
Io sono quello in mezzo, quello coi dubbi, e quando finiamo tutti e tre all'ospedale perché siete dei gran coglioni, mi riserbo il diritto di prendervi a calci (col gesso) sulle gengive, di fottervi il semolino tiepido e di pulirmi coi vostri asciugamani dopo il bidet. Sì, anche se non avevo ragione.

L'ammore del fagiolino

La differenza che passa tra il fare qualcosa controvoglia per chi amiamo e farla con piacere è sottilissima: inizia e finisce con il brontolio che coglioni pulire 'sti cavolo di fagiolini.

Resoconto di un martedì pomeriggio

Martedì pomeriggio: incredibilmente non ho lavoro da fare. Praticamente un miracolo.
Ho passato i sette giorni precedenti sperando che nessuno se ne accorgesse, perché c'è sempre qualcuno con qualche casino dell'ultimo secondo che spunta quando meno te l'aspetti. E quindi, zitto e mosca, come se non ne sapessi nulla.
Mi pregusto l'ozio, pensando a cosa fare. Pennica? Wii? Piano? Faccio un rapido calcolo: posso fare tutto senza allontanarmi mai di più di un metro dal divano.
Mi viene in mente un'ideuzza simpatica da aggiungere al materiale che sto preparando per il corso che mi è stato chiesto di tenere. Il tavolo è a un metro virgola dieci. Virgola venti al massimo.
Va bè, non lo dico a nessuno. Raggiungo il computer e batto qualche tasto.
Alzo lo sguardo, e sono le cinque passate. Come si è fatto tardi, penso. Magari adesso però mi sgranchisco un poco le dita e strimpello un cakewalk. Finisco solo questa riga.
Vengo interrotto da un lamento sulla fame, la cena e cose del genere. Ah, perché c'è qualcun altro in questa stanza? penso mentre controllo l'ora e scopro che sono le otto e mezza.
Ancora due righe e mi metto a spignattare.
So solo che quando mi sono alzato, c'era una San Giuagnidd' fumante sulla tavola.

Ed il bello è che, nella mia coscienza, questo è esattamente il resoconto del pomeriggio, senza artifici né finzioni letterarie. Andiamo bene.

Una serie di eventi

Una serie di eventi totalmente casuali e affatto importanti ha innescato una inimmaginabile slavina di possibilità e scelte dilemmatiche, che poi sono la mia autentica debolezza.
La solita cacchina di mosca che cade sul masso secolare e si porta giù tutto.
Per carità, sono grato delle tante opportunità e delle belle cose che si stanno imbrancando caoticamente nella mia vita negli ultimi tempi: sto bene con me stesso, e ciò che faccio mi appaga.
Solo che mi domando perché le scelte più importanti della vita abbiano sempre necessariamente l'effetto di escludere la strada da dove proveniamo o quella verso cui decidiamo di divergere.
E soprattutto, da dove vengono tutte 'ste cacchine di mosca? Va' a sapere.

Il segreto per non far capire una mazza agli altri è questo

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Prof. aW

Uno dei miei titoli autoconferiti di maggior soddisfazione, forse perché lo sento profondamente mio da sempre, è quello di divulgatore informatico, in senso lato. La gente mi paga - non poco - per farsi fare le ramanzine sul software aperto, sul mito della compatibilità e sull'importanza di scegliere l'architettura più giusta per le proprie esigenze.

Se gli stessi consigli li dai gratis, non ti si caga nessuno; più ti pagano, invece, e più ti danno retta.
Ma che divulgatore informatico sarei se non avessi un uditorio fatto di una classe intera di discenti?
E infatti, voglio strafare. Mi è stato chiesto di tenere delle lezioni davanti a tre classi, di cui due in remoto, per un master di secondo livello. Non una, ma tre classi contemporaneamente.

Sì, potete chiamarmi Prof. aW.