Lo vedi da te. Il dolore è l'acume dei sensi. Più ci senti, più sei vivo e maggiore dolore ti tormenterà. E soffri, ti agiti, rantoli prima di crepare. Questa erba qua, invece, ti fa star bene. Ti libera dagli affanni, ferma i pensieri ed è piacere, e calore e pace fuori e dentro di te. Ma è assenza d'affanni, è star bene. Ogni boccata di questo fumo è un po' di amore che se ne va. Ami sempre meno, è vero, ma stare bene significa perdere di vista significati e sensazioni del corpo, come avere mille orecchie ma essere mille volte sordi. Morire è l'estasi che s'avvera e scioglie l'anima come tempera con l'acqua, è l'annientamento del male: niente più nuocerti dopo morto, ti pare? Prendine ancora un po' e lentamente muori. La morte è non esserci e non sapere di non esserci. E l'assenza di coscienza è la libertà più grande: l'unica che dona la pace e lenirà i tormenti e sopirà il rantolio. L'estasi pura, il punto tra niente e infinito, l'indefinibile sospiro del tempo che smette di vibrare. Pace è la coscienza che si congela come morire è la stasi del pensiero e,dunque, di quel dolore che rifuggiamo.
Questo è quello che diceva Gerlof Hoffman mentre l'inquisitore serrava lentamente l'anello al piffero del baccanaro.
Respira!Respira!RESPIRA!
Rumori di gratteggio, rasposi e acuti come squittii.
Rumori di sfregamento morbido. Un lembo di stoffaccia lisa e salvatrice. La speranza sta sempre nei posti più improbabili.
Ancora gratteggio e ancora sfregamento.
Una imprecazione.
All'improvviso il redivivo respira. Un respiro un mi bemolle maggiore ha increspato la superficie del mondo e persino Dio l'ha sentita.
Il mio pianoforte è tornato in vita.
IO l'ho fatto tornare in vita.
Ora sono il suo dio.
Il posto dove vivo io, di notte ci sono le lucciole.
Domenica: maelström domestico e morte dell'abete
Così parlò aWilito alle 19:08 Tags delirio, la casa che muta, personaliLa Casa che muta oggi è stata scorretta, molto scorretta. Anzi, una emerita stronza.
Uno di solito pensa che la Domenica ci si riposi. Lo pensa il panettiere, lo pensa il prete - in realtà fa lo sponsor alla vacanza, perché lui lavora - tutti lo pensano, tranne chi abita la Casa che muta.
Invece di riposare, mi tocca starle dietro come a un bambino col pannolino pieno. Poichè è impossibile che due sole persone producano tanta quantità di sporco è evidente che la casa ci mette del suo. Un po' perché è assertiva e desidera sottolineare la propria autorità, un po' perché non abbiamo mai avuto il tempo di ammansirla sul serio. E poi l'amiamo, davvero, ma oggi ha davvero esagerato.
Tutto è iniziato col lavandino. Più io lo scongiuravo di mandare giù e più lui faceva i capricci e si sporcava e sputacchiava. Allora gli ho fatto il solletico sotto al lavello, che so io come prendere certi discoli. Ma s'era impuntanto: voleva averla vinta lui pure. Diversi e vani tentativi dopo, decido per le maniere forti. Ho miniaturizzato un sottomarino e ci ho schiaffato dentro una ciurma esperta - dodici mensilità anticipate e buoni pasto- ma la scienziata russa e il comandante si sono innamorati prima dell'ingorgo e, come si conviene in questi casi, hanno deviato per il Mar delle Antille e mi hanno lasciato lì come un idiota. Tutte uguali, le scienziate russe.
Ma il colmo è stato un altro. Mentre con una mano strozzavo le tubature del lavello per costringerlo a inghiottire, con l'altra mi toccava pure tenere i rami all'abete moribondo.
Urge una spiegazione.
In terrazzo ho - anzi avevo, ora vi spiego - un abete risalente al Natale '86 e da allor in fin di vita. Il poverino sembrava sempre là là per schiattare. Moscio e sbilenco, aveva aghi radi e giallastri sopra; sotto niente.
Invece di morire dignitosamente, però, lui perdeva gli aghi. Una montagna di aghi. Continuamente.
E così per mesi, slavine di aghi di pino hanno inondato il terrazzo e nulla potevo, se non pulire e pregare.
Che guarisse o crepasse del tutto, non lo so più neppure io. E quando decide di tornare al paradiso degli abeti (sponsored by Ikea)? Il giorno del lavello otturato e della palude fetente.
Già, perché una volta rimosso il cadavere arboreo, mi ritrovavo tutti gli ultimi aghi di pino - nessuno escluso - in metà terrazzo mentre l'altra metà era coperta da una fanghiglia melmosa ristagnante e fetida di aghi marci. Sulla superficie maleodorante dell'acqua i miasmi vagavano come spiriti senza dimora, precari pure loro, poveretti.
Insomma, intanto che cercavo di domare gli eventi, il pentolone dell'acqua era finalmente giunto a bollore così, senza alcuna pietà, la verso tutta nel lavello e poi giù di sturalavandini.
Mi sono scottato con gli schizzi e ho provato disgusto per ciò che ho visto uscire: resti del sugo di ieri, piccoli lembi di pelle dei peperoni dell'altro giorno e persino i sandali consunti del precedente padrone di casa, taglia 42.
E intanto l'abete invocava il mio perdono e più piangeva e più perdeva aghi e più perdeva aghi e meno lo perdonavo.
In un ultimo, esasperato, vorticoso risucchio del poderoso sturalavandini finalmente l'ingorgo si sgorga ed un maelström ciclopico per poco non risucchia pure me e lo sturalavandini.
A pezzi, coperto di bottarga di scarico e gocciolante cose inenarrabili, ho assistito al trionfo della vita - la linfa che passa nuovamente e con vigore nelle tubature - e alla mestizia della morte che fino all'ultimo mi riempie di aghi d'abete.
Oggi è stata un disastro.
E domani? Per fortuna che domani lavoro.
Lo scricciolo di biologo oggi s'è impuntanto che vuol fare il pianista, solo che non ha fatto i conti con la Casa che muta, che è quella dove vivo io. Ed è anche la casa a cui tutti noi abitanti - mobili e immobili - dobbiamo sottostare, volenti o nolenti.
Ma di solito nolenti.
Seduto sul pomposo sgabello laccato, lo scricciolo di biologo spostava continuamente le terga, come avesse qualche fastidioso prurito da pubblicità di sapone intimo. Non trovava una posizione comoda: gli sembrava sempre di essere troppo a destra o troppo a sinistra rispetto alla tastiera.
In realtà - ma non poteva saperlo - lo sgabello si muoveva di continuo e impercettibilmente, da una parte e dall'altra, infine inclinando le zampe anteriori e poi quelle posteriori come una gazzella di Thompson al galoppo, solo molto più lentamente. E' sempre stato uno sbruffone, quello sgabello. E da quando ha fatto sedere un famoso pianista dice che non sopporta più quelli senza diploma. Va' a capirlo.
Ma la vera vigliaccata l'ha fatta quel ramarro del pianoforte a coda, in combutta con la Casa che muta e lo sgabello. Sai che faceva? Ogni volta che il poveretto imparava una scaletta di note, quello gli mescolava i tasti di sotto.
Così una sequenza in mi maggiore - si sol diesis la si sol diesis e così via giù fino al si di chiusura dell'arpeggio - diventava un re bemolle minore con tre diesis di troppo e un paio di note da scala endecatonica che non si capiva da dove venivano fuori.
Io di qua dicevo - impegnati o Fauré si rigira nella tomba -
Invece Fauré, dal paradiso dei pianisti, e pure lui in combutta cogli altri, ridacchiava sotto i baffoni alteri di uno che su certe cose la sa lunga.
La differenza tra me ed il ragazzo eternamente insoddisfatto
Così parlò aWilito alle 23:35 Tags lavoro, personali, polemicaMi sembra sorprendente, persino ovvio, ma l'ho capito solo ora ed ha a che fare con quegli imprenditori cialtroni, disonesti e con le pezze al culo che riempiono il mio paese.
La differenza tra me ed il ragazzo eternamente insoddisfatto è che io vorrei che anche gli imprenditori cialtroni seguissero le regole. Lui, invece, maledice l'Italia perché non gli permette di infrangerle.
Ed è per quello che sarà per sempre inappagato: perché lui è un poveraccio come me.
Il professore dalla coscienza aquilina cerca di spiegare ad alunni svogliati che in un sistema socialmente costituibile la mediocrità troppo a lungo tollerata - nella politica, nell'imprenditoria e nella diffusione della conoscenza - ingenera un pernicioso circolo virtuoso tale che solo la mediocrità avanza e fiorisce, laddove a perire è l'amore per la comunità, la competenza tecnica e, in ultima analisi, la verità stessa.
Su questa ipotesi ha costruito e dimostrato un'intera tesi che in qualunque paese gli avrebbe valso allori e riconoscenze pubbliche.
Se non che, vive proprio in un paese in cui il pregio e l'acume non vengono granché premiati, per cui è prevedibile per lui una morte anonima e senza clamore. E quel che è peggio è che se ne rende conto.

