Il piccolo pevero s'era convinto, chissà come, di poter essere comandante, o almeno commodoro.
In verità, è già tanto se lo tenevano sulla nave.
I simpatici simbionti
Così parlò aWilito alle 10:36 Tags amici, delirio, i simpatici simbionti, personaliNoi siamo dei simpatici simbionti.
Se uno di noi si sposa, ci sposiamo tutti. E tutti abbiamo avuto la nostra legittima parte di decisioni, prenotazioni e preoccupazioni; manca solo - e per fortuna - la prima notte di nozze. Se uno di noi si laurea, ci laureiamo un po' tutti, stress discorso e studio compresi.
Al momento ho all'attivo quattro matrimoni e parecchie lauree. Mi sento un po' provato, in effetti.
Il salmone risaliva la corrente con sferzate della potente coda, mentre la seppia rincorreva giocosa i gamberi reali, che si divertivano un po' meno, anzi si cagavano sotto.
Le uova di pesce volante, sabbia zuccherina profumata di mare, piovevano e coprivano lentamente ogni cosa, mentre piovra ed anguilla facevano a chi ce l'aveva più lungo, l'uno il tentacolo, l'altra la coda.
Il tonno, grosso monarca dal profumo delicato e invitante, stava assiso sul mio stomaco, immoto e pesante come un una messa in latino, ed assolutamente deciso a rimanervi fino a stamattina.
Mi sa che non lo digerisco tanto, il sushi, alla sera.
Il saggio informatico dice:
Così parlò aWilito alle 15:24 Tags brevi ma intensi, delirio, scienze curioseQuando la gente nn avrà alternative e dovrà per forza pagare la licenza di windows, allora si accorgerà dell'infinità di alternative che ha sempre avuto a disposizione.
Adoro le storielle zen.
Il pupo di trent'anni
Così parlò aWilito alle 21:41 Tags amore, personali, racconti, stucchevole, vita vissutaIl pupo di trent'anni ha una capacità innata e soverchia di ficcarsi in qualche guaio. Di solito, ciò avviene perché è perennemente impreparato alle - pur prevedibilissime - faccende che deve affrontare. Così, per dirne una, se ha da fare un compito, una frittata, una tesi di laurea o un discorso alla nazione, arriva sempre ed inequivocabilmente in ritardo, e ciò che è peggio, ne è cosciente. Cucina, studia o compra i biglietti del teatro sempre quattro minuti, quattro ore o quattro giorni prima della cena, dell'interrogazione o dello spettacolo. Soffre se lo si riprende e scalpita se lo si invita a non attendere oltre.
Chi ha tempo, non aspetti tempo. Da ripetere mille volte prima di ogni pasto. Ma non servirà a niente.
E così, avviluppato nell'urgenza di ogni compito demandatogli dal fato, il pupo di trent'anni arranca e annaspa e tuttavia cincischia ancora, e si lagna, e vorrebbe dedicarsi ad altro. E non capisce che passerebbe da una inderogabile necessità ad un'altra, forse persino più tragica, o comica, a seconda di chi osserva.
Gli chiederete di appendere un quadro e passeranno giorni, forse parecchie settimane, prima che si decida ad accontentarvi, complici le urla belluine scagliategli contro da qualcuno con la pazienza debole. Poi, quando ve ne sarete dimenticati, tornando a casa troverete le pareti tappezzate di buchi, la mensola penzoloni e la scarpiera divelta, che tanto che ti frega, la volevi buttare, no?
Il pupo di trent'anni non sa mai assegnare le priorità, e così innaffia quando piove, prende il bus quando è sciopero e, se al Magnifico Rettore da del tu, al ragazzino per strada è capace di dare del lei. Piacevolmente invadente, incredibilmente ingenuo e pericolosamente testardo, il pupo di trent'anni è un adorabile pozzo nero di caos, strafottente impunità ed irresistibile sfacciataggine.
Ma non cercatelo in giro. Chi ce l'ha, di solito, se lo tiene stretto.
Davanti a me, una linea curva di tre verdi collinette, e un'altra dietro più aspra e irregolare: sono le modeste montagne che appartengono ad ogni mio risveglio la mattina. Mentre rimiravo sereno il paesaggio, mi domandavo perchè, tra tutte e tre, il paesello fosse sorto proprio sulla collinetta centrale. Né la prima, né l'ultima, ma proprio quella di mezzo.
Sulla punta, simile a un dente cariato, si ravvedono un paio di torri del castello che attualmente ospita il municipio; tutt'intorno filari di casette chiare che circondano il municipio come concentrici, diseguali girotondi.
Per tracciare le ragioni di questa scelta, bisogna risalire parecchio indietro con la storia, esattamente quando la carne si amava umettarla con un intruglietto torbido ricavato dalle interiora appassite di pesce e nel Regillo si riversava il sangue necessario alla storia.
Nei pressi di quello che, in lingua ava, solevano chiamare con un nome che oggi suonerebbe come Monticello, stavano le tre colline in questione, non troppo diverse da come sono tutt'ora, forse un po' più verdi e selvatiche. Ruggiero sarebbe passato di lì secoli dopo, a combatter d'amore per un certo Brandimarte, ma nessuno ne conosce gli esiti, visto che di certe cose, nella storia, non v'è mai voce.
Tornando alla quistione che più s'addice al tema, c'era una volta veruna delle cose che conosciamo oggi, bensì un vecchio aristocratico, pomposo e rattuso, che si innamorò di una bella figliola procace, tutta sangue e latte. La volle per sé, e quella manco a dirlo ci stette. Ma ella volle tornare a vivere nella terra dove era stata corteggiata e amata, e così il signorotto fece tosto costruire una bella vigna sulla collina di mezzo, per addivenire al consiglio della graziosa pulzella.
La prima, fatale notte di matrimonio, fatto che ebbero l'ammore, l'ardore fu cotale che gli venne uno stroncamento al cuore, che la giovine per un attimo aveva quasi sperato in una virile impennata: invece era solo il rigore dell'infarto, povera pupilla. Ordunque, quella giovine donna non si perse d'animo e infilò sotto le lenzuola il garzone, lo stalliere, il cuoco e molte altre gagliarde simpatie, così che presto, fu tutto un fiorir di pupi e marmocchiume, disperso nella verzura di Monticello. Uno di questi pueri, chiamato Lieto, sarebbe diventato ben presto un brillante consigliere in un municipio romano che stava in quei dappressi, e quando - vecchietto e un po' meno rattuso del padre - gli fu chiesto di fondare una città che portasse buon vino e miele, quello si ricordò dell'antica vigna materna e disse:
Mio nonno è quello idralcolico che con mezzo litro va avanti tutta la sera, dall'Andrea Doria fino alla guerra che mangiava le bucce di patana e gli piacevano pure, mica come oggi che tutti a lamentarci e poi, noi giovani, dormiamo sempre fino a mezzodì.
Mio nonno ha scoperto di avere una grave malattia, incurabile, intollerabile, mortale.
Invece di cambiare le abitudini di vita, ha cambiato medico.
Ora è di nuovo sano come un pesce, il cuore forte come un toro ed il diabete un filo troppo basso, che se possibile, gli ha detto il dottore, mangi un po' di zucchero di tanto in tanto.
Mica male, no?

