La ragazza col cuore d'ardesia è sola e non lo sa.
Vive in un futuro che è sempre prossimo, promettente, inevitabile. E' costantamente sul punto d'aver appena trovato l'amicizia più grande, il lavoro definitivo, l'amore più puro. Amore che, manco a dirlo, è sempre rigorosamente eterno. E quando infine si ravvede del fallimento non ci ragiona neppure un secondo, piuttosto si limita a spostare il desiderio su un altro amore, lavoro o amicizia. Da capo.
Non fa mai tesoro di ciò che le capita, perché non ha memoria del passato, ed è convinta che l'unico modo d'essere -ed anche il più conveniente (dal punto di vista personale, sociale, lavorativo, evoluzionistico)- sia il suo. Persegue verità che mutano di continuo, e ciò non sarebbe un male, se non fosse che per l'appunto dimentica pure d'aver cambiato sistemi e valori.
La ragazza col cuore d'ardesia, nella sua attesa di qualcosa che è perennemente sul punto d'avvenire ma che mai accade, coltiva la propria eterna insoddisfazione per il mondo e non s'accorge che le cose belle, pur piccole ma belle, sono proprio là, a portata di mano, se solo smettesse di sgranare gli occhi all'orizzonte.
E' difficile volerle bene, ma è ancora più difficile non volergliene affatto.
Non l'avevo mai visto così. Le nuvole, testarde contro il sole purpureo - appena sopito -, sembravano letteralmente sciogliersi, come occhi di saltimbanco, cui il madore fa colare via il mascara dopo un'estenuante, superba esibizione.
Dopotutto, anche oggi è stato un grande show, bisogna renderne atto a chi di dovere.
Satte n'ehe 'r eh in antiqua lingua Bagraar è una espressione ingiuriosa rivolta a chi infastidisce ed annoia, ma in particolare a chi si fa carico d'un servizio salvo poi temporeggiare, piuttosto che portarlo a termine come promesso.
Grazie al raffinatissimo gioco di parole tra ehe (vacca) e nehe (saltare), è traducibile pressappoco in questo modo: che una vacca ti cresca in ventre subitanea, che tu ne veda le corna sventrarti e lacerarti le carni ed infine galoppare con un salto poderoso sì che il pelo insanguinato sarebbe l'ultima cosa che vedresti.
Strusciò quella lattina senza neppure rendersene conto.
D'improvviso, quale grande meraviglia, apparve dinnanzi i suoi occhi un genio potente e misterioso.
In realtà, si vide subito, il genio pareva più uscito da una pubblicità progresso, tanto erano lisi gli abiti che lo ricoprivano. Per scarpe portava le ciabattine d'ordinanza, quelle a punta, eleganti e consunte ma solo ad un piede, perché all'altro aveva una logora ciabatta da mare di plastica tenuta assieme con gli spilloni.
Il turbante era costituito da un vecchia tenda tarmata, che gli conferiva un'aspetto mesto e decrepito. Per il resto era un omaccione grasso e flaccido, calvo ma ringalluzzito da dei mustacchietti impertinenti.
Tossì un paio di volte emettendo arabeschi di polvere e si prodigò nell'inchino più elegante che si fosse mai visto. Dopo diverse manciate di secondi in cui da tale inchino non riemergeva, l'ignara spettatrice prese coraggio e disse nervosamente "Ti rigrazio molto per la gentilezza, ma ora puoi rialzarti. Sono una ragazza normale, non ci tengo a certe formalità"
"No, è che mi sono incastrato" chiocciò afflitto "potresti darmi una mano a tirarmi su?"
Dubbiosa e vagamente turbata, lo aiutò ad alzarsi.
"Ahi, ahiahi" faceva uno; "aspetti. No, segua me. Su, piano piano, un colpo secco, così." ribatteva paziente l'altra.
"Ah, ora va meglio, povera la mia schiena. Povera la mia schiena.Tutta questa umidità, e poi vivere sempre piegati dentro una lattina, un cartone o una bottiglia. E' la mia vera grande tragedia. Più grande della mia aerofagia. Lei non trova che l'aerofagia sia la vera piaga del mondo?"
Rimase interdetta, con una divertente espressione di incertezza sul viso. "Ma credevo che i geni vivessero nelle lampade tempestate di gemme!"
"Ah, figlia mia. Ah figlia mia" e si mise a piangere di colpo, soffiandosi il naso fragorosamente sulla manica aerosa ma anche un po' lercia. La ragazza, che aveva allungato la mano porgendo il suo fazzoletto, di colpo la ritrasse, mentre quello era ancora accecato dalle lacrime copiose.
"Scusi, ma lei è un genio?"
L'altro ebbe un impeto di maestà "Ma si capisce, che lo sono!" esclamò rizzandosi. Mormorò qualcosa e si passo la mano sulla schiena dolorante.
"E' che non tutti i geni sono uguali, graziosa signora, ed io," imbronciò impercettibilmente la bocca gigantesca "bè, io sono un po' diverso dagli altri " e s'aprì in un sorrisone in cui filari di denti enormi da ippopotamo gialleggiavano ordinati.
La poverina portò d'impulso la mano sulla bocca per l'improvvisa zaffata.
"Ah, si, lo so, ma non devi dispiacerti per me. Vedi, io sono un genio del cassonetto. E in qualcosa che sta nel medesimo, vivo. In questo caso, una lattina. Ma poteva essere una boccetta di shampoo, o la tasca d'una vecchia palandrana. Se un fortunato mortale sfiora ciò in cui, per quel brevissimo periodo, ho deciso di dimorare, allora di colpo compaio e tre desideri io, per costui, esaudirò."
"Come da minimo sindacale" aggiunse a dita giunte, con fare professionale.
"Che meraviglia!" esclamò entusiasta "Voglio proprio provarmici!"
"Io vorrei essere ricca sfondata. Due, avere un uomo fighissimo e intelligentissimo che mi adora la cui più grande aspirazione è rientrare a casa la sera per farmi il massaggio ai piedi. E tre - massì che ci sta tutto - la pace nel mond..."
"Mannò, mannò, mannò!" piagnucolò il genio del cassonetto. "Ma mica sono onnipotente! Se lo fossi, mia bella signora, non vivrei mica qua " scoccò un'occhiataccia alla piramide di immondizia "dentro questo squallido ciarpame" concluse.
"Ok, allora cosa posso desiderare?"
"Ma cose più modeste, più pratiche, è evidente. Per la pace nel mondo poi, oh oh!!" ridacchiò a tanta ingenuità, "per quella ci vuole un miracolo. Prega il tuo dio, mia bella signora, io sono solo un genio."
"E di quelli del discount, oltretutto" fece lei stizzosa, ma il genio non parve capire.
"Ok, allora voglio una casa al mare che la Reggia di Caserta in confronto sembra il cesso della stazione Termin..."
"Mannò, mannò!" squittì il genio portando le dita sui labbroni da pornodiva." Hai idea di quanto ci vuole per le autorizzazioni, le mazzette ai verdi, le mancette agli assessori? Così non va. Ci vuole qualcosa di meno ostentato." e poi, con voce flautata e suadente "sii meno avida, mia signora."
La ragazza sbuffò rumorosamente e fece "Allora vorrei essere la donna più bella del mondo, la ragione dei sospiri di tutti gli uomini - e pure qualche donna -, colei per la quale brilla il sole, come Nefertiti, insomma una topa che Elena di Troia in confronto è un viados sulla tangenzia..."
"Mannò, mannò" fu ancora la nervosa e balbettante risposta del genio "Ma mia signora, sei già ammaliatrice come la gemma di luna" allungò quella luuuuna e la accentuò con movimenti a voluta delle grosse mani. "Cosa ne diresti di un paio d'ore in un centro fitness e fanghi? Ho letto che fanno miracoli, sulla celluli..." ma stavolta fu il genio ad essere interrotto.
"Pezzente e pure sgarbato!" urlò indignata l'altra. "E comunque è solo rotondità, mica cellulite." aggiunse scura scura in viso, la voce strozzata.
"Vabè, allora vediamo di non perdere tempo. Dimmi cosa posso desiderare."
"E' ciò che desideri, mia signora?"
"Bè, si", balbettò l'altra poco convinta.
"Allora sia esaudito il tuo primo desiderio!" Da uno sbuffo fitto di fumo azzurro guizzò nei palmi del genio un grosso gobbo a manovella, che tra stridori di macinino, rollava un pannello su cui erano scritte parole in lenta successione: acquario, televisore, stereo, lavastoviglie e così via.
"Ma come?!" berciò inviperita la ragazza "questo non era il mio primo desiderio. Mi hai fregato!"
"Mia padrona, non è forse vero che mi hai chiesto ciò che potresti desiderare?" disse il genio, piuttosto sorpreso.
"Bè, si, ma non vedo come..."
"E non è forse vero che t'ho chiesto se era un tuo desiderio e tu hai annuito?"
Ponderò qualche secondo imbronciata, ma dovette convenire che il ribaldo aveva ragione.
"Ok, ora fa' sparire tutta questa paccottiglia. Non era certamente ciò che intendevo" fece con afflitta noncuranza.
"Come la mia signora desidera, acconsento al suo desiderio."
La poverina non potè protestare neppure questa volta perchè le sue rimostranze furono soverchiate dal frastuono del trabiccolo che tra stridii strazianti e lamentosi si accartocciava, riducendosi ad una palla di carta e metallo che infine implose con uno sbuffo azzurrognolo. E finalmente fu silenzio.
Il genio con un sorriso galeotto ortopanoramico attendeva a braccia conserte, mentre la ragazza era semplicemente furente, le guance sanguigne e gli occhi iniettati di sangue.
"Scommetto che mi sono giocata un altro desiderio" insinuò all'acido prussico.
"Così è, mia padrona".
La ragazza portò pimice e pomice sulle labbra, e studiò l'altro in modo preoccupante.
Poi, con voce flautata e temibile mormorò "Sai cosa desidero? E apri bene le orecchie, perché è il mio ultimo desiderio."
Il genio rise nervoso alla sinistra minaccia che serpeggiava nelle sue parole "tutto quello che la mia - hem - gentile signora desidera."
"Io voglio, pretendo e comando che tu diventi un barbone vero, senza poteri e senza questa buffonata del genio. Tanto non noteresti neppure la differenza, sudicio panteganone. Neppure la mensa parrocchiale vorrà darti da mangiare."
Avrebbe voluto berciare queste parole, invece disse "Voglio che diventi un genio di quelli da fiaba, bello, intelligente, misterioso, col sorriso malandrino, potente e veggente e col turbante imbrilloccato. E la tua magione sarà una lampada d'oro con un rubino per beccuccio."
"Come la mia buona padrona desidera!" Ruggì il genio impetuoso, avviluppato da fumi densi dalle sfumature cobalto. La terra tremò per qualche secondo e tutto, genio e fumi, finirono risucchiati nella lattina di pogacola che si gonfiava come un rospo e borbogliava come stesse fondendo. Trasformatasi che fu in una splendida lampada, la ragazza la raccolse che era ancora calda, e se la portò a casa.
Si sposarano dopo poco ed ebbero bambini genietti tranne uno che era un po' zappa in matematica, ma nel complesso vissero sufficientemente felici e contenti.
Fine.
La donna grassa, dagli occhi come il burro
Così parlò aWilito alle 09:42 Tags brevi ma intensi, delirioLa donna grassa, dagli occhi come il burro, attendeva da settimane la conferma della morte del marito. Si trattava di una lettera, o d'una telefonata da quelli del governo. Tanto, pensava, difficilmente si sbagliano e seppure fosse, ciò non spiegava perché il marito non fosse ancora tornato.
Ci rimuginava continuamente, e l'idea dell'incapacità di conoscere la verità la schiacciava più della verità stessa, a prescindere da quale fosse, poi, questa verità.
Aveva in mente di suicidarsi, e da parecchio. Aspettava solo la scintilla dell'innesco, il sassolino che da origine alla valanga; da una parte lei, dall'altra la coscienza, ed infine il marito - il comburente al proprio personalissimo rogo. Non poteva sopportare di giacere immobile nel letto nell'attesa d'un'annuncio che qualcuno aveva dimenticato di fare, così una sera si guardò intorno, vide lo sfacelo in cui versava casa, l'abbandono e lo sporco che erano tutt'intorno a lei, e prese piuttosto una decisione.
Si sollevò pesantemente, riesumò i vestiti buoni tormentati da naftalina e agonia di tarme e li buttò in valigia; ruppe il vaso che conteneva tutti i risparmi d'una vita e chiamò un taxi, con voce un po' tremante ma tanto inaspettatamente viva, possibilista.
Lasciò lo squallore e partì per Caracas, quella notte stessa, senza alcuna premeditazione nè piani. Pensava solo a ciò che era necessario fare di volta in volta, o poco più di questo.
Il mattino successivo qualcuno suonò il campanello della casa, ma nessuno era lì ad aprire la porta.
Questo è un blog apotropaico.
Un saltimbanco sta nella piazza. Rincorre i bambini, ne spaventa le mamme, fa' battute sguaiate ed irriverenti su italiani e francesi, sui politici, sulla televisione. E' incontenibile ed anche irresistibile, e tutti ridono. Sulla guancia ha disegnata una W piena di svolazzi.
Arriva un poliziotto, bercia qualcosa, gli viene risposto di no col capo, quindi ammanetta l'uomo. Alle rimostranze di quest'ultimo, il poliziotto dice lei è un fuorilegge: non ha la licenza. Lei ha fatto ridere questa gente illegalmente. Mi segua.
La folla non protesta, anzi, piuttosto imbarazzata, si disperde rapidamente.
ps: per quanti stessero cercando il frammento della copertina del libro di Licia, il racconto da prendere in considerazione è quello del 22 Settembre. Buona caccia (si, lo so, sono stato un bastardo :P )

